venerdì 18 luglio 2008

Poesia

Ci saranno state una cinquantina di persone, non di piu’. Io me ne stavo seduta per terra con la mia birra offerta e il mio roti speziato, mentre la mia amica Susanne flirtava impercettibilmente con l’indiano. Era una bella serata fresca, il sole stava calando, e il piccolo pubblico ronzante ascoltava educatamente. Davanti al microfono si alternavano i giovani scrittori, che con un briciolo di emozione ci leggevano i loro ultimi pezzi scritti nella giungla. L’idea del seminario di scrittura era proprio questa: rinchiudere una ventina di poeti in erba in una bella casa nella foresta del nordest di Trinidad, dove tra esercizi di stile, meditazioni e scambi di energia avrebbero prodotto qualcosa di ispirato. Che poi avrebbero letto il sabato sera, davanti ad un piccolo pubblico attento, in uno spiazzo improvvisato di fianco alla strada che costeggia l’oceano. Gli artisti venivano da Trinidad, da Barbados, dalle Bahamas. C’era chi leggeva poesia, chi prosa, chi teatro. Nella maggior parte dei pezzi c’era molto humor, parecchi erano scritti in gergo popolare, qualcuno conteneva elementi di denuncia sociale. Alcuni erano divertenti, altri noiosi. Probabilmente l’unico elemento comune a tutti era l’orgoglio con cui erano letti. Faceva tenerezza.

Mentre me ne stavo li’ a lavorare sulla mia birra riflettevo su quanto e’ diverso il concetto stesso di poesia nel vecchio e nel nuovo continente. Non parlo di stile, di forma, di musicalita’. Parlo del modo in cui la poesia e’ vissuta dalla gente. Nella stanca Europa, in cui basta fare due passi per trovarsi a confronto con la Storia, in cui siamo nutriti fin da piccoli con classici letterari e in cui la cultura di una persona corrisponde alla profondita’ della sua conoscenza del passato, una "serata di poesia" e' qualcosa di totalmente diverso da cio' a cui stavo assistendo. Cercavo di ricordare qualche esempio di serata poetica a cui avevo partecipato a Milano. Forse il ricordo piu' bello e' legato ad una lectura Dantis di fine estate, in cui l'eminente critico letterario Sermonti aveva declamato un canto dell’Inferno dal pulpito di Santa Maria delle Grazie, a venti metri dal Cenacolo vinciano. Un esperienza estetica impareggiabile. "Che qui se la sognano, anzi non la sognano nemmeno perche' non hanno idea che una cosa del genere possa esistere", mi dicevo. Ma poi ho pensato anche che in fin dei conti tutta questa gran cultura ha il suo rovescio della medaglia. In un Italia cosi’ intrisa di arte e venerazione per i geni del passato chi mai oserebbe definire se stesso poeta, come facevano candidamente questi ragazzi? “Sono un poeta”. “Di professione: poeta”. Siamo seri. Suonerebbe ridicolo, se non arrogante. “Ma chi sei tu per definirti poeta? Lo sai chi sono i veri poeti?”, ci si sentirebbe dire ad ogni pie’ sospinto. Qui no, e' tutto diverso. E’ tanto piu’ facile definirsi poeti nella piccola Trinidad, su una strada sterrata di fianco al mare, in cui il passato non pesa, in cui esiste solo l'oceano, il tramonto e la giungla oscura.

Ero attraversata da pensieri contrastanti. Simpatia per questi giovni artisti. Ma anche fastidio per il loro modo incivilizzato di prendere sul serio i loro quattro versi. Pure un po’ di invidia, perche’ in fondo almeno loro osano dire la loro. E una punta di paternalismo: io che sono europea so che cosa e’ l’arte vera, e di certo non si trova qui. Il tutto avvolto in una coperta calda di gratitudine verso la vita per semplice il fatto di trovarmi li’, seduta su quel marciapiede e abbracciata alle mie ginocchia, con la brezza nei capelli, il sole che scendeva, e scoppi di contagiose risate caraibiche alle battute piu’ azzeccate.

Per smentire tutto quello che avevo pensato fino a quel momento, la serata si e’ conclusa con una sorpresa. Uno dei due premi nobel letterari di Trinidad e Tobago, lo scrittore Earl Lovelace, e’ apparso come un deus ex machina dal dolcissimo sorriso asiatico. Ne avevo sentito molto parlare, perche' oltre ad essree una grandissimo scrittore e' anche un personaggio attivo della vita dell'isola, specialmente per quanto riguarda la promozione della poesia tra i giovani trinidini. Era la prima volta che lo incontravo di persona. Eccolo li’, a Toco, nella verandina sulla strada. Incoraggiato da un applauso caloroso si e’ messo a leggere un brano del libro che sta per pubblicare. Un bellissimo pezzo d’amore, che scorreva fluido attraverso quella serata, in un inglese chiaro e figurativo. Bevendomi l’ultimo sorso di birra, sorridevo e pensavo: “Et voila’. Questa e’ poesia”.

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