venerdì 28 novembre 2008

Lost (on the desert island)


Ieri si parlava. Se io stessi qui. Che cosa succederebbe.

Arrivando dall'Europa con tutte le mie carte, masterizzata e stagizzata a piu' non posso, avendo fatto di tutto e di piu' rigorosamente non pagata in ONG, organizzazioni internazionali, lobbies e universita', ho piu' qualifiche e piu' esperienza della maggior parte dei miei coetanei trinidni. E poi ho anche voglia di lavorare, che rarita'. Non sarebbe difficile fare strada sull'Isola, in cui c'e' molto bisogno di personale qualificato, girano un sacco di soldi e i cervelli sono in fuga. Nel giro di qualche anno sarei sistemata, probabilmente con un lavoro migliore di qualunque cosa potrei ottenere nello stesso lasso di tempo nell'ultracompetitiva Europa. E poi qui e' un buco, basta entrare nei giri giusti ed e' fatta. Per uno straniero non e' difficile, siamo quattro gatti. La scala sociale si sale in fretta. E poi via, una bella vita ai Caraibi. Con una casa vera al posto che una stanza, una macchina per muoversi, una minima di soldi per viaggiare. Il mare a quattro passi, l'estate tutto l'anno, quel paio di amici giusti che mi ritrovo e Mister K. Sembrerebbe perfetto, no?

E invece no, certo che no. Chi ci vuole stare in questo buco? In quest'isoletta grande quanto un quarto della Sardgegna? In cui non c'e' cultura, non arriva nemmeno un film europeo, uno straccio di mostra d'arte godibile, si ascolta solo musica soca e rap Giamaicano? In cui l'evento che tutti aspettano e' il Carnevale, il baccanale della sessualita' esibita nell'orgia collettiva che dura tre giorni di fila? In cui i quotidiani sono di livello infimo e nessuno sa cosa succede nel mondo? In cui c'e' talmente tanta criminalita' che si ha paura a mettere il naso fuori casa la sera, specie se si e' donne? Provinciale, arretrato, terzomondino. La gente non ha gusto. Con le ragazze che ti odiano e i ragazzi che ti vogliono e i pettegolezzi che ti montano intorno a tua insaputa. Con la noia del non sapere mai che fare. E poi il mondo e' cosi' grande! Dove li metto i miei sogni? Il medio oriente? La carriera internazionale? Fare qualcosa di grande, di globale, di esaltante...

Poi mi ricordo che non ho nulla in mano, che se torno in Europa adesso probabilemnte mi dovro' rimettere in giro a mandare decine di CV per stage e affini, e tante grazie se ti rispondono di no. Magari qui si potrebbe prolungare un attimo, il tempo per capire... E per non ritrovarmi ancora punto e a capo a rifare tutto in un'ennesima citta' del mondo. A ricominciare da non-conosco-nessuno e devo-trovarmi-una-casa...

giovedì 27 novembre 2008

Mas - after final

Ieri e' suonati il telefono di casa ed e' apparso Mas alla porta. Non lo vedevo da un po', ormai non vive piu' di sotto. Lo incontro salutariamente in giro, scambiamo due parole e via. Ieri non so perche' mi abbia chiamata, passava di li', voleva salutarmi. E gia' che c'era dirmi qualcosa. Non se ne sta piu' nella casa di sua nonna, quella a Laventille in cui sente gli spari mentre dorme. Ha litigato con suo zio, ha deciso di non tornarci piu'. E di non andare nemmeno da sua madre, quella vuole solo i suoi soldi. Una volta si era dimenticato li' un cofanetto con dei cd suoi e la madre ha detto che invece appartenevano al fratello morto, e se proprio li voleva glieli poteva ricomprare. A lei.

E' qualche giorno che vive da qualche amico, una sera ha dormito nel parco. Sta chiamando tutti quelli che conosce. Mi viene in mente la cosa che gli avevo fatto promettere, di chiamarmi se mai si fosse trovato a dormire per strada. Eccomelo qui davanti. Non so cosa fare, ho preso il suo numero, ho chiesto un po', ma non ci sono posti che conosco dove possa rimanere. Ho detto che se vengo a sapere qualcosa lo chiamo. So che se la cavera', se l'e' cavata per tutta la vita. Pero' che triste.

Ultimo saluto ai musicisti

Ieri concerto dei Gyazette. Non so perche' ci sono voluta andare, non l'ho capito. Ma ero li', nel Corner Bar, a sentirli suonare. Ovviamente ho incontrato gente, ho incontrato Christian, uno dei due musicisti che frequentavo assiduamente ai tempi in cui ancora uscivo con Orisha. L'avevo gia' incontrato circa un mesetto fa, ad un altro concerto, ma quella volta lui era stato molto distaccato. Mister K mi ha detto che e' perche' io ero con lui, e si sa che qui ai Caraibi e' sempre sconsigliabile parlare con una ragazza accompagnata. Triste verita'. Ieri sera e' stato piu' amichevole, anche se io non ho potuto non sentirmi in imbarazzo. Ci vedevamo sempre, e ad un certo punto basta, non li ho piu' sentiti, hanno smesso di rispondere alle mie chiamate. Tutto corrisponde a quello che mi ha detto Clarissa durante quel famoso pranzo che mi ha portata a giorni neri, in cui ho sentito che tutti mi stavano abbandonando. E invece non era vero, si trattava solo dei due musicisti.

Il secondo era Justin, che si e' appenatrasferito in Canada per sempre. So che non e' stato molto sensato, ma un paio di giorni prima della sua partenza gli ho scritto un messaggino. "Ho saputo che parti. Mi spiace che non ci siamo piu' sentiti, non ho mai capito perche'. Forse qualcuno ha parlato male di me? Comunque in bocca al lupo". Non ho mai ricevuto risposta. E Christian ieri sera ne ha parlato. "Justin mi ha fatto leggere il tuo messaggino, e' rimasto molto stupito, non si e' mai arrabbiato con te". E allora come mai da un giorno all'altro non si e' piu' fatto sentire, lui che mi contattava quasi tutti i giorni? Non mi ha piu' risposto? "E se ti riferivi a Orisha, guarda che lei ci ha solo detto che avete litigato ma non ci ha mai parlato male di te". Sara'. Allora perche' questo silenzio insensato e brutale? Non ho mai capito cosa volessero. Piu' di una persona mi ha detto che Christian aveva un debole per me, ma io non l'ho mai percepito. Percepivo molte piu' attenzioni da parte di Justin, invece. Ma non e' mai stato chiaro nulla, per me erano miei amici e punto.

Ho cercato comunque di godermi il concerto. Osservavo il cantante sgolarsi sul palco mentre sorseggiavo un'acqua di cocco. "Mi piace la sua musica" pensavo, "mi piace il personaggio. Cosi' selvatico, cosi' energetico, cosi' diabolico. Con questi occhi da pantera e tutti i nervi tesi e la voce graffiata". I musicisti sono grandi amici di questa band, la stanno aiutando ad emergere. Hanno passato mesi a registrarli e a cercare di produrli, il cd e' quasi pronto. Mentre ascoltavo e canzoni che ormai so a memoria mi e' venuta in mente quella lontana sera di fine maggio, la festa a casa di Justin nella sua villa con piscina, in cui il cantante-pantera e' venuto a parlare con me e mi ha invitata fuori a cena. Ci sarei andata, almeno per conoscere un po' meglio questo singolarissimo personaggio. Poi non e' mai successo, io sono andata in Costa Rica e la cosa e' sfumata li'. Forse i musicisti gli hanno detto che non valeva la pena.

lunedì 24 novembre 2008

Vela

Oggi ho la faccia tutta bruciacchiata. Ieri sono stata in mare tutto il giorno, su una barca a vela.

Una vera sailing class, con un maestro consumato dal sole, gergo tecnico (in inglese!) e una brezza leggera nel golfo di Paria. Una giornata lunga, chiara, illuminata dai riflessi del mare. Con Mister K, che io studiavo di sottecchi cercando di leggere se quel nuovo mondo di vento e di nodi gli stesse piacendo. Con Sissy e Caty, due ragazze europee con cui parlare e' cosi' semplice. E anche con Bran, ragazzo canadese amico di Terry di cui io avevo tantissimo sentito parlare, come lui aveva sentito parare di me, e finalmente ci siamo incontrati.

Montate le vele, inoltrati in mare. Tenuto il timone, fatti i bordi. Il maestro spiegava tutto, dalle tecniche da regata agli aneddoti da vita di mare. Noi gustavamo intensamente la ruvida semplicita' della vita all'aria aperta. Si alternavano giri di winch e giri di vento, vele, isole e sole bruciante. Silenzi salmastri, bicchieri di vino, orizzonti ondeggianti. Cime che bruciavano le dita, gambe che sporgevano dalla barca inclinata, piedi che sfioravano la superficie verde dell'acqua.

sabato 22 novembre 2008

Matrimonio

Ieri sono andata ad un lime di matrimonio. Due amici di amici che si erano sposati quel giorno, una cerimonia senza fronzoli, da celebrare con una festina semplice a casa dei genitori. La decisione di sposarsi era stata presa solo due settimane prima, sportivamente. Lui trinidino, lei australiana, vivono a Londra, erano qui in vacanza. "Perchè già che ci siamo non ci sposiamo?" "Massì dai, perchè no?" Detto fatto. E poi alla festa lui è arrivato in maglietta con maniche tagliate alle spalle e lei in shorts cortissimi e toppino punkettino. Erano belli così.

La festina è stata gradevole, da ritrovo di vecchi amici che si frequentano da tempo immemorabile. Qui i gruppi sono così. Gente che va avanti a vedersi dai tempi del liceo, sempre quelli. Gruppi basati su lustri di conoscenza e di storie comuni, da strati e strati di intrighi, flirt e pettegolezzi intessuti in anni di frequentzioni costanti.

Mentre ero lì pensavo che al di là delle differenze culturali ci sono anche tante cose comuni fra me e loro. A parte dettagli di superficie, quella poteva benissmo essere una festa italiana. Patatine, birre, il barbecue che fumava profusamente. Ragazze che chiacchieravano, ragazzi che ridevano. Un dj che mixavain un angolo. Solo una cosa in Italia non l'ho mai vista. Non ho mai visto gente a una festa mettersi a cantare in rap, improvvisando rime, lanciando strofe in free-style. Passandosi il microfono a vicenda per vedere chi componeva la storia migliore.

venerdì 21 novembre 2008

Stadio

Sono andata a vedere la partita. Trinidad e Tobago contro Cuba, qualificazione per i mondiali. Io che normalmente penso che il calcio sia soporifero, mi sono ricreduta. Era una bella serata calda e serena, cielo terso, brezzolina, un piacere stare all'aria aperta. Tutto intorno al piccolo stadio di Port of Spain migliaia di persone che camminavano in processione, vivaci ed eccitate, tutte vestite di rosso. Rosso come i Soca Warriors - la squadra nazionale di Trinidad and Tobago.

Una volta entrata, sono stata esposta ad abbastanza materiale umano da restare impegnata in osservazione per tutti i 90 minuti, a prescinedere dalla partita.

Per esempio. I venditori di birre e noccioline. Nessun rivenditore ufficiale, tutti li' con secchi pieni di bibite ghiacchiate e snacks che avevano comprato quel giorno al supermercato, per venderli al doppio del prezzo sui gradoni. Bellissimo il rastaman vecchio e rugoso coi capelli in dreaklocks lunghi fino al sedere, che gridava senza sosta "peanuts, cashewnuts!". Ad un minimo cenno lanciava in giro sacchettini di noccioline da prendere al volo. Poi gli acquirenti a loro volta facevano palline di banconote che gli lanciavano a parabola. E lui puntualente le intercettava, veloce come la lingua di un camaleonte.

E poi un altro personaggio fantastico, un giorave uomo bello e slanciato, vestito con abiti della nazionale dalla bandana ai lacci delle scarpe. Che per tutti i novanta minuti di gioco ha camminato in circolo intorno al campo trasportando un'enorme bandiera trinidina. Camminava come un principe, elegantissimo, dignitosissimo, non guardava la partita nemmeno di striscio. Come se tutto lo spettacolo di quella sera fosse lui, ed in un certo senso era lui. Ogni tanto decideva di correre per un giro o due, sempre con l'asta della bandiera in spalla, e lì davvero sembrava una visione, un bellissimo masai delle steppe africane...

La partita e' finita 3 a 0 per Trinidad e Tobago, ed e' impossibile descrivere l'euforia di tutti questi caraibici in festa. Birra, salti, grida, e l'immancabile musica soca che e' partita a volo sul finale... Che ci vuoi fare? Inimitabile Trinidad!

Polizia II

Io: "Hai ragione, la situazione del crimine e' terrificante..."
Tipo: "Si, e' peggiorata molto negli ultimi anni"
Io: "E non si intravedono soluzioni"
Tipo: "Beh... A dire il vero la polizia qualche misura la sta prendendo" (sorriso)
Io: "Scherzi? Ma se dicono tutti che la polizia e' un disastro"
Tipo: "Beh, diciamo che stanno prendendo misure drastiche. Hanno fatto fuori un sacco di criminali. Uccidendoli."
Io: "Oddio, si', anche io ho sentito queste voci. I cosiddetti community leaders?"
Tipo: "Esatto. Nesuno vuole piu' essere a capo di una gang di questi tempi. Troppo periocoloso. La polizia ti becca e ti uccide, senza arresto, senza processo".
Io: " Ma e' proprio certo che sia stata la polizia ad uccidere queste persone? Magari sono tutti morti perche' si sono massacrati fra loro".
Tipo: "No, e' stata proprio la polizia"
Io: "Come fai a saperlo?"
Tipo: "Lo so"
Io: "Non sono solo voci?"
Tipo: "Mi sono arrivate informazioni"
Io: "Da chi?"
Tipo: "Amici"
Io: "Amici nella polizia?"
Tipo: "Amici nella polizia che non sanno stare zitti. E' difficile tenere tutti sotto controllo. A volte le notizie trapelano".

giovedì 20 novembre 2008

Ospedale

Il caldo in Guyana e' diverso da quello di Trindad. E' un'afa tropicale senza vento, umida e stagnante, che attanaglia la gola. Non mi ero accorta di quanto fosse difficile da sopportare, il primo giorno. Ero troppo eccitata per pensare a inezie tipo il clima. Ed e' cosi' che mi sono disidratata. Ho cominciato a sentire le vertigini verso ora di cena, e sono riuscita a stento a mangiare al bel ristornate bordo-piscina che quel sabato sera era gremito del jet-set di Georgetown, per una festa revival anni ottanta. Ho bevuto tanto, ma era troppo tardi: quando siamo rincasati la nausea era fortissima. Verso l'una mi hanno portato in ospedale. E cosi' ho visto che aspetto ha un ospedale in Guyana.

Era una clinica privata, cioe' era come una clinica pubblica italiana. Non un gran che come infrastruttura, topi che entravano e uscivano (io per fortuna in quello stato non li ho notati), ma con personale motivato. Riuscivo a stanto a stare in piedi, il medico mi ha fatto qualche domanda di routine, poi mi hanno fatto un prelievo del sangue. E questa non e' stata una grande idea. Debole com'ero, l'operazione mi stava mandando direttamente allo svenimento, se non fosse che mi hanno prontamente messo i sali sotto il naso e sventolato fogli di carta per farmi aria. Avevo caldissimo, il panno bagnato sulla fronte era l'unica cosa che mi faceva pacere.

Nel mezzo di tutta questa eccitazione, sono entrati due ragazzi e una ragazza (e Mister K il giorno dopo mi ha detto: "Se tu ieri fossi stata un po' piu' consapevole, mi avresti detto: Guardali! Sono bellissimi! Tutti e tre..."). Bellezza a parte, erano tutti grondanti di sangue, avevano fatto un incidente. Magliette, capelli, gambe piene di sangue colante e raggrumato. Se fosse un po' piu' sensibile a queste cose di certo sarei svenuta in quel momento. In realta' non erano troppo gravi, solo brutti tagli e un butto aspetto. Erano ragazzi giovani, sui vent'anni, indiani dalla pelle chiara, alti, magri, dai fisici atletici. Hanno parlato concitatatmente dell'incidente tutta la notte, cercando di analizzare di chi fosse la colpa. Io sentivo una certa solidarieta' verso di loro, come se stessimo condividendo qualcosa.

Non e' stato molto facile ma ho raggiunto il lettino e mi hanno messo in vena la soluzione salina. Avevo la pressione bassissima, la minima a 44. Il mio corpo ha assorbito tutto il sacchettino di acqua, zucchero e sale, mentre il povero K e sua mamma aspettavano preoccupati, chiedevano spiegazioni sulle analisi del sangue, cercavano di farmi sorridere. La pressione e' risalita solo a 55, continuavo a sentirmi debolissima, dopo un po' ho avuto un colpo di freddo. Mi sembrava di essere al polo nord, battevo i denti e tutti i muscoli mi si contraevano spasmodicamente, non avevo il controllo su nulla. In quel momento ho avuto paura. Poi pero' ancora una volta Mister K ha trovato il modo di rimerdiare, ha trovato in giro di che coprirmi mentre le infermiere assistevano i ragazzi sanguinanti, e io mi sono ristabilizzata.

La mia "little hospital extravaganza", come poi e' stata definita, e' durata fino alle quattro del mattino, e poi tutto il giorno successivo sono stata seclusa nell'unica stanza con aria condizionata, al buio e a letto, bevendo litri e litri di acqua. Non ho ben capito da cosa sia stato causato tutto questo, ma propendo per incolpare l'antimalarica. In ogni, caso, dopo due giorni ero di nuovo in persetta forma. Pronta ad esplorare il paese dai grandi fiumi.

mercoledì 19 novembre 2008

Qui

Mi sono venuti gli occhi belli

martedì 18 novembre 2008

Equilibrista

Corda di un arco
che quasi si spacca
questo sottile filo dell'oggi
filo d'appiglio
che salva e che taglia
che mi protegge, scheggia e distrugge
tengo il fiato, oscillo piano,
tra gli abissi del prima e del poi
tutto ondeggia, io chiudo gli occhi.
su questo mare di petali e specchi.

domenica 16 novembre 2008

see-waal (sea wall)

Come ho detto la Guyana si trova sotto al livello del mare. Quindi lungo la costa, almeno di fronte alla capitale Georgetown, è stato costruito un muro che protegge la città dall'alternarsi delle maree e da possibili inondazioni. Il sea wall, o come dicono in Guyana see-waal. Col tempo il sea wall è diventato il punto di riferimento per la nightlife cittadina. Lungo tutta la sua lunghezza centinaia di persone si ritrovano, vi ci siedono, chiacchierano. Ci sono un sacco di bancarelle e musica e settimana scorsa c'era pure un gruppetto di steel pan. L'ambiente è sporco, puzzolente, colorato, festoso e rumoroso e fa venir voglia di stare fuori. E' un posto per tutti. Per i ragazzi come per le famiglie. Peccato che quasi nessuno si sieda a guardare il mare, se ne stanno tutti rivolti verso la città. Forse perchè si tratta di un mare piatto pieno di rifiuti di plastica, che non ispira molto alla meditazione. Però a me è piaciuto stare lì, camminare sopra a quello strano, lungo muro. Ne abbiamo percorso un tratto notevole, almeno un paio di chilometri. Andando a passo lento, io osservavo e assorbivo quello spaccato di Guyana. In lontananza, tremolavano le lucine del nostro ristorante.

Cascata

Certamente la cosa più spettacolare che ho visto in Guyana è stata la Kaiteur Waterfalls. Il singolo salto di calscata più alto del mondo. Duecentotrenta (230) metri a picco, in uno scroscio che lascia senza fiato. Si trova nella zona interna della Guyana, dentro la zona di foresta amazzonica che occupa la metà continentale del paese. Per arrivarci abbiamo dovuto prendere un aeroplanino piccolo, una quindicina di persone, e attraversare quarantacinque minuti di pura foresca vergine, intervallata solo da lussureggianti fiumi bruni. All'arrivo abbiamo fatto una passeggiata in mezzo alla foresta, scandita da detours in punti panoramici che davano una vista mozzafiato su questa enorme colonna d'acqua che cade perpendicolare per più di duecento metri in una polla profonda, per poi proseguire di nuovo sotto forma di fiume, nel mezzo di un'immensa valle verde. Noi ci sdraiavamo a pancia in giù su questi belvedere e ci inebriavamo della vertigine di quelle altezze. Lasciavamo cadere nel vuoto sassolini bianchi che scomparivano alla vista ben prima di toccare terra. Facevamo foto spiritose sul bordo del precipizio. Alla fine siamo arrivati proprio di fianco al getto della cascata, ne potevamo toccare l'acqua pochi metri prima del salto abissale. La potenza della natura ci si spiegava magnifica davanti, e noi eravamo talmente estasiati che non ci venivano più le parole.

Coca-cola water

L'acqua dei fiumi in Guyana viene chiamata black water. Perchè è nera. O meglio, color coca-cola. Coca cola davvero, nel senso che quando è tanta appare nera, ma nei getti d'acqua o sui fondali bassi appare nel suo vero colore, un rosso-aranciato molto intenso. La colorazione viene dalla vegetazione, e tutti i laghi sono così. Pultitissimi, pieni di acqua nera. I fiumi sono invece marroni, pieni di pigmenti, di fango e di vita microscopisca trascinata attraverso chilometri e chilometri nella foresta amazzonica. E anche l'acqua che esce dai rubinetti nelle case e nei ristoranti è marrone o rossa.

In qualche modo questa colorazione si adatta alla misterosità e alla mostruosità di questo paese, così selvaggio e indecifrabile. Nuotare nel laghetto freddo della riserva di Arrow Point, costruita al bordo di un affluente del fiume Demarara, mi ha fatto dapprima paura. Non vedevo assolutamente nulla. Poi però quando mi sono guardata le mani ed il corpo non ho potuto fare a meno di mettermi a ridere. Sotto la superficie dell'acqua diventavo magicamente tutta arancione!

Cuccioli di manatees

Poco al di fuori del giardino zoologico di Georgetown c'è uno stagno in cui vivono le manatees. Le manatees sono una specie di tricheco o leone marino, che nella declinazione delle Indie Occidentali corrisponde a un mammifero tenerone e pacifico che vive in acqua dolce, mangia fiori ed erba e che qualche volta si lascia anche accarezzare. Mister K ne va matto, e me le ha volute far vedere da vicino. Ci siamo andati un pomeriggio, il sole era rovente, l'aria era immobile. Le manatees sono timide, stanno a fior d'acqua e lasciano intravedere solo il naso. O se stanno mangiando la bocca, che si muove ritmicamente in superficie per mangiare le alghe. Non sono considerate un animale grazioso, anzi sono un po' goffe, in questo gran dimenare di mandibole mentre tutto il resto del corpo se ne sta sott'acqua. E proprio per questo per chi le ama sono di una tenerezza inedescrivibile. Cercavamo di attirarle, ma loro non si fidavano. Finchè non è arrivato un bambino, avrà avuto 9 anni, con la piccola divisa della scuola tutta sporca e lo zainetto rotto, che ci ha chiesto di comprargli uno snack.

"Uno snack, eh?", gli chiede K con aria fintamente burbera. "E che cosa vorresti, sentiamo". "Dei biscotti, o una limonata", risponde lui pronto, con l'aria di chi lo chiede a tutti i passanti che incontra. "Dei biscotti o una limonata... vediamo... tu le sai attirare le manatees?" "Sissignore" "Beh vediamo quello che sai fare", lo sfida K. Il bambino si sdraia sulla pancia al bordo dello stagno, e si mette ad agitare l'acqua e a fare dei versi come a chiamare dei gatti. E' tutto impegnato, tutto concentrato, ma le manatees continuavano ad avere paura. "Dimmi un po'", chiede dopo un po' Mister K, "ma tu non dovresti essere a scuola?". "Oggi si fa solo metà tempo". "Metà tempo, eh? Capisco..." dice K sdraiandosi accanto a lui, e cercando a sua volta di chiamare le manatees. Tra loro si stava costruendo una certa affinità, e io me ne stavo in disparte, con il mio vestitino verde e il mio cappello di paglia e il mio immancabile aspetto forestiero, cercando di non rompere il magico equilibrio che Mister K stava fabbricando. "Hai mai visto una manatee emergere dall'acqua e mordere qualcuno?, gli chiede K. "Le manatee non mordono!", risponde il bambino indignato. Mister K si mette a ridere, il piccolo sa il fatto suo.

"Beh, mi sa che stiamo antipatici alle manatees", dice K ad un certo punto. "Dai, vieni che ti compro un biscotto". Il bambino si alza di scatto e noi ci incamminiamo verso il chioschetto più vicino. "E allora dimmi, Shanti", dice K che nel frattenpo aveva imparato il suo nome, "che cosa hai imparato oggi a scuola?" Il bambino si ferma, tira fuori il quadernino tutto spiegazzato, e lo offre a K. Lui lo sfoglia, pensieroso. "Come si chiama la tua maestra?" "Miss Susan" "E' brava Miss Susan?" "Sì", risponde lui distratto. "Ma Shanti", incalza Mister K "l'ultima data che vedo scritta su questo quaderno è metà ottobre. Ci sei andato a scuola negli ultimi giorni?" "Sì...", farfuglia lui, e si mette a correre. Arriviamo al chiosco, compriamo dei biscotti e dei succhi di frutta. La signora del chiosco quando lo vede esclama "Sempre qui, 'sto ragazzino!". "Lo conoce, signora?". "Lo conosco sì, gira sempre qui intorno, questo discolo!" grida lei. Noi torniamo allo stagno, per chiamare le manatees. Mangiamo tutti insieme i biscotti, beviamo i succhi. Shanti ci racconta che da piccolo faceva il bagno nello stagno e le cavalcava. non mi sorprende che un bambino così selavitco e spigliatro scappi sempre dalla scuola. Mi chiedo che ne sarà di lui in futuro.

Le manatees non si avvicinano, e noi dopo un po' decidiamo che è ora di andare. Alzandosi, Mister K porge il sacchetto di prelibatezze al bambino, e poi cerca di fare un'ultima cosa per lui, un ultimo piccolo gesto per questo cucciolo arruffato. "Shanti, tu sei un bravo bambino?" gli chiede. "Sì", risponde lui. "E quando è stata l'ultima volta che qualcuno ti ha detto che sei un bravo bambino?". Shanti arrossisce. "Nessuno mi dice mai che sono un bravo bambino". "Beh, secondo me lo sei", gli dice fermo Mister K. "Per me tu sei un bravo bambino". Lui guarda in basso, pensoso, e afferra il sacchetto. Noi ci incammniamo e lui rimane a salutarci con la mano. Poi quando ripassiamo lo vediamo da lontano mentre gioca da solo, nel prato. Mentre fa le capriole.

Georgetown

La citta' non grande ma e' ampia, sparpagliata, dall'aspetto vagamente rurale. Tra una casa e l'altra a volte si aprono zone indistinte di prato incolto, in cui pascolano amabilmente gruppuscoli di mucche e capre, come se niente fosse. Il traffico e' sfrecciante. Macchine, maxi-taxi, biciclette e motorini. E tutti indossano questi fighissimi caschi vintage stile tedesco, di cui faro' incetta per i miei amici. Ma ogni tanto si vedono anche passare, nel mezzo di questa confusione terzomondina, carri trainati da muli e cavalli, che si annunciano con il loro strabilitante zoccolio. Le strade non hanno marciapiedi, e ai bordi delle case ci sono fogne a cielo aperto. Gli odori sono molti, diversificati, e tutti categoricamente nauseabondi. Inoltre essendo sotto al livello del mare ed essendo un tempo stata una colonia olandese, Georgetown ha preservato anche dei canali lungo le strade, tristemente sporchi e stagnanti.

Eppure, nonostante questi elementi di faticenza, non si puo' dire che la citta' abbia un aspetto triste. La decadenza si associa alla vitalita' del caribe. Non ci sono cinema, e' vero. C'e' un solo, antiquatissimo centro commerciale e tutto il resto sono negozietti pienissimi e maleodoranti dove pero' traffica un sacco di gente e dove si possono fare affari d'oro. La presenza rasta e' minore rispetto a Trinidad, ma i colori e la cultura musicale sono gli stessi, come si vede riverberare e si sente riecheggiare da ogni angolo di Georgetown. Il mercato e' una meraviglia di colori, le strade sono piene, tutto pullula di vita. Un po' come Port of Spain, ma piu' grande, piu' povera, piu' sguaiata. Piu' brulicante di attivita', di grida, di biciclette.

Oggi pomeriggio abbiamo passeggiato per ore ed ore nel dungeon maleodorante di town. Tra strepiti e musica, tessuti colorati e pattumiera, montagne di frutti esotici e barboni che brandivano coltelli. Passando carri colmi di verdure, bancarelle, negozi di parti di macchina usate. Sgusciando tra ragazzini rissosi, pescivendoli e cumuli di dvd pirata. Entrando in chiese di legno bianco, nei negozi cinesi, nel labirinto del vecchio mercato coperto pieno di marcellerie e bigiotteria. Io cercavo di catturare ogni particolare di questo putiferio di informazioni, mentre davanti ai miei occhi si schiudevano incessabilmente migliaia di imprevedibili, eccitanti sorprese.

sabato 15 novembre 2008

Essequibo

Eccola. Dopo un assopimento di settimane, e' tornata con violenza, a risvegliarmi a me stessa. L'eccitazione. Stavo seduta sul fondo di una barchetta azzurra, coperta col mio asciugamano per non ripararmi dal freddo. Viaggiavamo veloci verso Parika, nel silenzio della notte. Tutti sanno che non si deve viaggiare sul fiume di notte, si rischia di colpire qualche tronco galleggiante e rompere la barca. Non sarebbe bello trovarsi nel cuore della notte e senza motore nel mezzo di questo immenso fiume amazzonico circondato dalla giungla.

Non era colpa nostra. Noi avevamo prenotato un tour con un agente turistico dei piu' rinomati, ma qualcosa e' andato storto. Non hanno organizzato un bus tutto per noi, ne' un traghettino. Abbiamo preso "i mezzi", come si direbbe a casa. Cioe' maxi-taxi saettanti senza ammortizzatori e barchette di legno per risalire il fiume, e cara grazia che c'erano i giubbotti di salvataggio. E poi tutto il tour non ha rispettato la tabella di marcia, siamo tornati in ritardo. Ci siamo trovati letteralmente a fuggire dalla Sloth Island, l'isola dei bradipi, lembo di terra emersa in mezzo al poderoso Essequibo. Abbiamo fatto una corsa per tornare a Bartica, la citta' fondata dai pionieri cercatori d'oro che sia avventuravano nell'interno. Ancora oggi Bartica e' una cittadina con atmosfera da far west, dicono che ogni tanto arrivino banditi che la tengono completamente sotto ostaggio per qualche ora, il tempo di fare razzia di tutto e scomparire di nuovo nella foresta. Selvatico, no? Poi a Bartica abbiamo preso l'ultima barca che ci avrebbe portato verso casa, mentre il sole stava quasi per tramontare. Ovviamente essendo l'ultima speranza per tutti quelli che erano rimasti ci hanno ricattato sul prezzo. Quindici dollari USA al posto che dieci. E va bene.

E poi il viaggio, lungo più di un'ora, sulla barchetta blu. La notte che scendeva, la foresta che scorreva veloce di fianco a noi, punteggiata dalle case degli amerindi, con piccole rampe e canoe intagliate a mano parcheggiate davanti. Il fiume era grandissimo, largo chilometri. Non si vedeva neanche l'altra sponda, era tutto pieno di isole. E la notte scendeva, la barca andava veloce. Intorno a noi uomini grezzi, dell'interno. Un paio di brasiliani che arrivavano da Lethem, che parlavano con uno strano accento del nord. Gli altri locali, ossuti, barbuti, che strascicavano il loro quasi incomprendibile inglese guyanese. Mi chiedevo chi fossero, come mai stessero percorrendo l'Essequibo a quell'ora tarda, che tipo di vita conducessero. Piccoli commercanti? Lavoratori di fatica? Fuggitivi? Mi sono accorta che non sapevo immaginarlo. Il timoniere illuminava l'acqua qualche metro davanti alla punta della barca con una torcia a batteria, non c'era nemmeno la luna, era impossibile vederci qualcosa.

Stavo schiacciata sul fondo della barca, con la schiena tra le ginocchia di Mister K, avvolta dall'asciugamano. Sentivo le sue mani stringere i miei polsi ogni volta che passava un'altra barca, nella direzione opposta. Faceva paura. Potevano essere pirati fluviali? Avrebbero rubato i nostri dollari americani? La mia macchina fotografica? Il vento mi ingarbugliava i capelli, la notte era nera, noi eravamo vicinissimi tra questi strani viaggiatori della sera. E in qualche modo era bellissimo, era magico, era stupendamente liberatorio. Una situazione di libertà estrema, di avventura, di aderenza integrale al cuore pulsante della vita. "Sono giovane" gridavano i miei pensieri a briglia sciolta, "sono viva. E questo cielo nero sopra al fiume e alla foresta mi dice chiaramente che il mondo intero, il mondo intero mi appartiene!".

martedì 11 novembre 2008

Guyana: prime impressioni

Dopo mesi e mesi, sono finalmente uscita da Trinidad. Eccomi nella misteriosa, inconsueta, tenebrosa Guyana, per una settimana di esotica fuga. Cosa si sa della Guyana prima di arrivarci? Il primo paese della tripletta Guyana-Suriname-Guyana Francese che ci si chiede se esista davvero o se invece sia una burla dei geografi, tanto poco se ne sente parlare.

La Guyana e' un paese caraibico, non sudamericano. Si parla inglese, e come a Trinidad la popolazione e' mezzo africana e mezzo indiana, con la differenza che qui le tensioni etniche sono piu' forti. Il paese e' povero, costituito in gran parte da foresta Amazzonica e quindi pressoche' disabitato. E' sotto al livello del mare, e per questo fa un caldo umido, melenso e tropicale che fa svenire facilmente. Nulla a che vedere con il bruciore crepitante e ventoso di Trinidad. Le attivita' economiche sono essenzialmente due: la canna da zucchiero e il traffico di droga. E da questo gia' si capisce la schizofrenia del tessuto sociale.

La cosa piu' bella che ho visto finora in Guyana sono le case. Coloniali, chiare, articolate in portici di ombrosa eleganza. Parzialmente simili a quelle di Trinidad, con la differenza che qui molte costruzioni sono fatte interamente di legno, da cima a fondo. Un'impalcatura di legno, coperta di listelli bianchi di legno, sovrastata da un tetto colorato, sempre di legno. Sono strane, ariose, leggerissime. Sembrano modellini di case in miniatura magicamente trasformate a grandezza naturale. Alcune sembrano proprio quattro pareti in legno vuote dentro. Soprattutto quando passando in macchina si sbircia attraverso le finestre, si intravede una fila di ulteriori finestre sulla parete retrostante, e dietro a loro volta appaiono gli alberi. Inoltre molte case sono rialzate, a causa delle possibili inondazioni. Sembrano palafitte sulla terraferma. Oppure sembrano case normali il cui piano terra e' stato sventrato, e vi si puo' stare in piedi guardando la strada o sdraiati su un'amaca.

giovedì 6 novembre 2008

Death Lime

Quando si dice che i Trinidini amano la compagnia. Ecco una nuova usanza che ho scoperto recentemente e che mi ha indiscutibilmente sorpresa. Qui a Trinidad quando muore una persona, vuole la tradizione che si faccia una veglia funebre. Il motivo di questa usanza e' che nei tempi andati si era diffusa una malattia (me lo si perdoni, non ricordo quale) che paralizza l'infermo per giorni, tanto che sembra morto quando ancora non lo e'. Ergo, la lunga attesa prima di mettere il malcapitato sotto terra era tesa a verificare che il povero tapino, morto lo fosse davvero.

Ebbene, che veglia sia. Ma in versione caraibica, quindi niente musi lunghi. Appena la malattia e' scomparsa dall'isola, la tradizione e' stata spogliata del suo aspetto piu' nefasto: il cadavere e' stato prontamente tolto di mezzo. E' rimasto il lime, il raggrupparsi delle persone a casa della famiglia del defunto. Le condoglianze di gruppo, via. Facendo due chiacchiere, ricordando quanto era simpatico l'amico scomparso, bevendoci su una birretta fresca. Quasi quasi ti diventa una festa.

Ma a pensarci bene, perche' no? Quando moriro' io mi farebbe piacere che i miei amici organizzassero un bel death lime, brindando alla mia memoria. Con un buon vino italiano.

Divali

A fine Ottobre a Trinidad si celebra una festivita' indiana chiamata Divali. E' la festa della luce che vince sull'oscurita', e la si festeggia disseminando ovunque migliaia e migliaia di candeline. A dire il vero non si tratta propriamente di candele, ma piuttosto di piccole coppe semisferiche che raccolgono un olio speciale, nel mezzo delle quali di innalza una piccola miccia infuocata. Tutte queste luci vengono sparpagliate per i cortili, allineate sui davanzali e appoggiate sui balconi di tutte le case indiane. E in un istante, il paese si veste tutto di scintille d'oro vivo. (Picture courtesy of carnivalismas.blogspot.com)

Social butterfly revisited

Molto e' cambiato negli ultimi tempi a Port of Spain. Tutta la mia vita sociale, tutta la mia vita tout court (come direbbe il mio professore di storia del liceo) e' stata radicalmente ridimensionata. La mia attitudine, il mio modo di fare con la gente. Se in meglio o in peggio ancora non lo so, forse e' ancora da determinarsi.

Il cambiamento piu' apparente e' puramente quantitativo. Esco molto meno. C'era un tempo in cui uscivo tutte le sere, ma proprio tutte. Anche quando non ne avevo voglia, per paura della solitudine, per paura della noia. Ora e' il contrario, rifiuto gli inviti, non ho voglia di conoscere gente nuova. Sono nauseata da questi contatti superficiali, lo scambio di battute, dammi il tuo numero. Queste persone che vedi una volta o due, con cui non parli praticamente di nulla, tipo come-ti-chiami-dove-lavori-ma-che-interessante-le-nazioni-unite-ma-dimmi-un-po'-come macchina-aziendale-ti danno-un-carro-armato? Poi ti restano come "contatti", gente che incontrerai per strada o al bar o a una festa a caso e ti dara' un bacino sulla guancia e ti fara' un sorriso come se fosse una vera gioia rivederti e poi dopo trenta seconda gli argomenti saranno gia' esauriti allora-aspetta-un-secondo-che-mi-vado-a-prendere-una-birra, ti giri e poi non torni piu'. Basta.

Non faccio l'eremita, continuo a sentire e vedere le persone che mi piacciono. La scrematura estrema dell'orda di pseudoamici e communities di questo provincialissimo mondo trinidino. In cui la superficialita' e' dovuta perche' protegge dall'invasione voyeristica della propria vita privata. In cui si e' coniato il verbo "to lime" che vuol dire praticamente passare del tempo insieme senza diventare amici, senza scambiarsi nulla di vero. In cui l'autenticita' genera imbarazzo.

Ho tenuto quelle tre, quattro persone per cui nutro del rispetto. E pure dell'affetto, porca miseria. Non saranno molte, ma sono quelle giuste. E a me per adesso va bene cosi.

martedì 4 novembre 2008

Mamma

E' venuta la mamma!!! Partita stamattina presto, dopo un ultimo caffe' nel soggiorno di Wilma... Le ho fatto fare di tutto. Festa indiana per Divali con i miei amici, cenetta a Tamnak Thai e a Veni Mange, un giorno a Tobago tutto a Pigeon Point, i Caroni swamps, il week-end a Grande Riviere, il roti, il centro naturale Asa Wright con escursione nella foresta, un pomeriggio a Maracas, un viaggio in macchina attraverso la Northern Range, il bake and shark, Port of Spain by day and by night, un drink a Chaguaramas e una fuga a Maqueripe, un tuffo a las Cuevas e uno sotto una cascata. Alla fine era esausta! Stanca ma felice... Chi altro mi vuole venire a trovare?