La polizia a Trinidad fa paura. E' corrotta e incapace per il singolo cittadino. E' istigatrice di ulteriore violenza per i criminali. Qualche mese fa un amico di un amico di un amico ha sparato a un poliziotto. Il poliziotto era andato a trovare la sua amante, e l'aveva trovata a letto con questo. Si e' arrabbiato e gli ha puntato la pistola di servizio. Il ragazzo ha reagito, ha lottato, e' riuscito a prendere l'arma, a ferire il poliziotto e scappare con la pistola. La settimana scorsa e' stato trovato morto. Decapitato. Non e' una cosa che si vede tutti i giorni, neanche a Port of Spain.
Certo, non si puo' dire con certezza che sia stata la polizia, ma diciamo che non e' da escludere. La decapitazione e' una misura un po' eccessiva, ma magari e' stato fatto per depistare le indagini. O magari e' andata in un altro modo, ancora piu' comodo per l'agente in uniforme. Il poliziotto potrebbe aver scoperto a quale gang appartenea il ragazzo, ed essere andato a istigare i rivali. Succede spesso, la polizia lascia volentieri che si ammazzino fra loro. A volte basta un incoraggiamento e una promessa di non perseguire gli assassini. A volte li pagano pure.
lunedì 29 settembre 2008
Cuochi
Il cuoco di Piero si chiama Alee. Alee e' un bel ragazzo rasta afro-americano, che viene da Washington DC. E' arrivato a Trididad con la sua giovane moglie, anche lei rasta, una bellisima mulatta. Hanno due slendidi bambini, lei di 10 anni, lui di 9. Con la pelle d'oro, gli occhi vivaci, e lunghi rastini selvaggi che gli cadono sulle spalle. Tutta la famiglia sta da Piero nel week-end, mentre in settimana i gentori lavorano e i figli vanno a scuola in citta'.
Stavamo bevendo una bottiglia di vino rosso buona (che rarita' a Trinidad!) nella sala coi portici sulla spiaggia, e ascoltavamo una conversazione culinaria. C'era fra noi anche Christian, un ragazzo italiano simpatico e sensibile che dopo una serie di traverie si e' trovato capo-chef di Prime, il miglior ristorante dei Caraibi, qui a Port of Spain. Alee e Christain chicchieravano di nuovi progetti, cose da fare insieme. Era bello starli a sentire, cosi' appassionati del loro lavoro. Alee ci aveva appena preparato delle tartine con burro di frutto della passione e pesce con polenta. Tutto delizioso, e tutto generosamente offerto da Piero, come fossimo vecchi amici. Alee diceva che il suo progetto per la cucina di Piero era di far venire fuori, in modo quasi socratico, tutto il potenziale delle talentuose ma poco raffinate cuoche locali. Bastava introdurre un piccolo tocco esperto ai loro piatti tradizionali, e tutto sarebbe stato perfetto.
Alee e' partito nel pomeriggio con tutta la sua tribu'. Christian invece e' rimasto con noi, e in poche ore siamo diventati amici. Abbiamo nuotato, abbiamo bevuto, abbiamo guardato il tramonto sul mare tutti insieme. Abbimao riso e abbiamo parlato. E' stato un bellissimo pomeriggio, nessuno di noi voleva tornare a casa. Stavamo facendo i bagagli promettendoci di vederci presto, quando e' arrivata la telefonata di Piero da Port of Spain. "Ragazzi, restate una notte in piu', mi siete tutti simpatici. Restate senza pagare, cosi' ci vediamo quando torno. E poi domattina faremo colazione insieme all'alba, prima che partiate per andare a lavorare a Porto di Spagna". Cosi' e' stato, e abbaimo passato una serata inattesa e regalata giocando a trini-briscola e guardando le stelle...
Stavamo bevendo una bottiglia di vino rosso buona (che rarita' a Trinidad!) nella sala coi portici sulla spiaggia, e ascoltavamo una conversazione culinaria. C'era fra noi anche Christian, un ragazzo italiano simpatico e sensibile che dopo una serie di traverie si e' trovato capo-chef di Prime, il miglior ristorante dei Caraibi, qui a Port of Spain. Alee e Christain chicchieravano di nuovi progetti, cose da fare insieme. Era bello starli a sentire, cosi' appassionati del loro lavoro. Alee ci aveva appena preparato delle tartine con burro di frutto della passione e pesce con polenta. Tutto delizioso, e tutto generosamente offerto da Piero, come fossimo vecchi amici. Alee diceva che il suo progetto per la cucina di Piero era di far venire fuori, in modo quasi socratico, tutto il potenziale delle talentuose ma poco raffinate cuoche locali. Bastava introdurre un piccolo tocco esperto ai loro piatti tradizionali, e tutto sarebbe stato perfetto.
Alee e' partito nel pomeriggio con tutta la sua tribu'. Christian invece e' rimasto con noi, e in poche ore siamo diventati amici. Abbiamo nuotato, abbiamo bevuto, abbiamo guardato il tramonto sul mare tutti insieme. Abbimao riso e abbiamo parlato. E' stato un bellissimo pomeriggio, nessuno di noi voleva tornare a casa. Stavamo facendo i bagagli promettendoci di vederci presto, quando e' arrivata la telefonata di Piero da Port of Spain. "Ragazzi, restate una notte in piu', mi siete tutti simpatici. Restate senza pagare, cosi' ci vediamo quando torno. E poi domattina faremo colazione insieme all'alba, prima che partiate per andare a lavorare a Porto di Spagna". Cosi' e' stato, e abbaimo passato una serata inattesa e regalata giocando a trini-briscola e guardando le stelle...
Baby turtles
Siamo scesi per cena troppi tardi, la cucina era gia' chiusa. Piero ci ha offerto un po' di gelato di cocco fatto dalla sua cuoca, e ci ha parlato della vita a Grande Riviere. La nostra chiacchierata e' stata interrotta da Dave, un uomo silenzioso che ha appena cominciato a lavorare per lui. In realta' Piero non aveva bisogno di personale, ma Dave e' arrivati e ha chiesto lavoro. Piero ha risposto che non ne aveva bisogno, ma lui si e' esso a lavorare lo stesso. Alla fine della giornata, Piero gli ha detto va bene. Resta quindici giorni e poi vediamo cosa si puo' fare. Dave sta con lui da tre giorni, non parla quasi mai, se ne sta nella sua stanzetta e lavora tanto. Ieri ha portato su le sue diue bambine, due negrette piccolissime. E lui se ne va in giro per il portico tenendole per mano, tutto orgoglioso.
Non voleva interromperci, ma non ha potuto farne a meno. "There are one hundred baby turtles on the beach!", ha esclamato concitato. Grande Riviere e' una delle spiagge al mondo in cui arrivano piu' tartarughe a deporre le uove. Ora siamo fuori stagione, e per questo non ci sono ne' guardie ne' turisti. Ma mentre le mamme stanno al largo, le uova si schiudono, e le piccole tartarughine cominciano la loro corsa verso il mare... Piero gli ha subito detto di prenderne piu' che poteva, di metterle in un secchio. Ce le ha fatte vedere, erano piccolissime e bellissime, potevano stare sul palmo di una mano. E' incredibile pensare che quelle che sopravviveranno diventeranno degli animali enormi, pesanti centinaia di chili e lunghi quasi due metri.
Dopo averle osservate per un po' siamo andate a metterle in mare. Le abbiamo depositate delicatamente sul bagnasciuga, e con la luce dei cellulari le abbiamo attratte verso le onde. Era buffo vedere come ci seguivano, si precipiatavano a rotta di collo verso la luce, poi quando vedevano le onde grandi si spaventavano e tornavano indietro. Alla fine ce l'abbiamo fatta, le tartarughine sono andate in acqua. E noi ci siamo sentiti per un attimo come dei piccoli eroi.
Non voleva interromperci, ma non ha potuto farne a meno. "There are one hundred baby turtles on the beach!", ha esclamato concitato. Grande Riviere e' una delle spiagge al mondo in cui arrivano piu' tartarughe a deporre le uove. Ora siamo fuori stagione, e per questo non ci sono ne' guardie ne' turisti. Ma mentre le mamme stanno al largo, le uova si schiudono, e le piccole tartarughine cominciano la loro corsa verso il mare... Piero gli ha subito detto di prenderne piu' che poteva, di metterle in un secchio. Ce le ha fatte vedere, erano piccolissime e bellissime, potevano stare sul palmo di una mano. E' incredibile pensare che quelle che sopravviveranno diventeranno degli animali enormi, pesanti centinaia di chili e lunghi quasi due metri.
Dopo averle osservate per un po' siamo andate a metterle in mare. Le abbiamo depositate delicatamente sul bagnasciuga, e con la luce dei cellulari le abbiamo attratte verso le onde. Era buffo vedere come ci seguivano, si precipiatavano a rotta di collo verso la luce, poi quando vedevano le onde grandi si spaventavano e tornavano indietro. Alla fine ce l'abbiamo fatta, le tartarughine sono andate in acqua. E noi ci siamo sentiti per un attimo come dei piccoli eroi.
Piero
Piero era un fotografo. Si faceva spedire ai quattro angoli della terra, 2-3 settimane alla volta, e fotografava. Non era facile in una ventina di giorni scarsi riuscire ad immergersi in una realta' completamente etsranea, comprendere una situazione geopolitica complessa, immedesimarsi in un luogo e in un popolo sconosciuti, e riuscire a racchiudere tutto in una fotografia, uno scatto, un'istante catturato alla realta'. E non era facile viaggiare vorticosamente, accompagnando ogni volta un giornalista diverso, in un turbinio di colori-odori-sapori-concetti nuovi senza nessuno con cui condividerli. Ma Piero era un professionista, lavorava per un'agenzia francese che serviva Panorame e L'Espresso, il Times Magazine, Le Figaro e chi piu' ne ha piu' ne metta. Un professionista instancabile. Fin quando non ha messo piede a Trinidad.
Piero e' arrivato a Trinidad quidici anni fa, per fare un servizio di fotografie-ritratto al premio Nobel per la Letteratura Derek Walcott per Marie-Claire. Ha fatto un giro alla punta nord-est dell'isola, dove si incontrano il Mar dei Carabi e l'Oceano Atlantico. Ha attraversato i villaggi di Toco, Sans Souci, Monte Video. E' arrivato a Grande Riviere, un paesino di trecento anime con una bella spiaggia pulita e deserta dove sfociava un piccolo fiume lento e con tutto intorno la foresta. E li' si e' fermato.
Piero ha costruito un meraviglioso albergo sulla spiaggia, talmente i armonia con l'ambiente che sembra che sia emerso dalla sabbia insieme ai mandorli e ai gigli selvatici. Rustico, semplice, di buonissimo gusto. Con una grande sala tutta apera ai lati, circondata da portici che incorniciano l'orizzonte marino in quadri viventi. Tavoli di legno fatti fare da lui, arte locale alle pareti, pavimento in pietra su cui si cammina a piedi nudi. Le camerette sono carine e spartane, ognuna di un colore diverso, con tante finestre e pezzi sparsi di artigianato locale. Tutto intorno ci sono alberi piantati da lui, in uno stile apparentemente casuale, naturale, che rispetta il carattere rigoglioso della natura caraibica. Fiori e frutti ovunque. E ovunque ci sono statue e totem di legno che emergono ironicamente tra le foglie, come grossi funghi. La sintesi perfetta tra arte e natura. Tantoche una volta il suo albergo e' stato usato per un ritiro di un gruppo di artisti, che come ringraziamwento per l'ospitalita' si sono lasciati alle spalle un sacco di murales sulle pareti delle stanze, dentro le docce, dietro le porte.
Deve essere stato difficile fermarsi qui, dopo una vita di viaggi con base a New York. Stare a Grande Riviere tra gente semplicissima, con un'esperienza di mondo che spazia al massimo una ventina di chilometri. Costruire tutto da solo, renderlo bello, utilizzare solo materiali naturali, non usare nessun pesticida, mantenere l'habitat intatto. Deve essere stato difficile farsi accettare come straniero nella comunita' locale, senza venire isolato ma anzi essendo amato e rispettato. Tutti lo adorano, al villaggio. Lo considerano un saggio, alcuni quasi lo trattano come un padre. Deve essere stato difficile passare da una vita di liberta' totale alla responsabilita' morale di essere un punto di riferimento per un villaggio intero, in una qualunque isola caraibica...
Appena siamo arrivati a Mt. Plaisir Piero ci ha fatto vedere i suoi alberi, ci ha fatto assaggiare i suoi frutti. Uno grande e giallo chiamato golden apple. Delle castagne tropicali, delle piccole prugne. Ci ha portato a vedere il suo terreno, dove si sta piano piano costruendo una casa nella foresta con un balcone talmente enorme e piatto e non-finito che mi sembrava di essere in una casa sugli alberi. Ci ha fatto vedere la sua serra, dove coltiva basilico e prezzemolo, cavoli e insalata e frutti diversi di tutto il mondo. Ogni tanto qualcuno gli porta una pianta nuova, e lui la mette nel suo giardino. Proprio l'altro giorno ha scoperto che uno di questi alberi ha dato luce ad un frutto nuovo, che non esiste nei manuali di biologia. Un frutto grandissimo con polpa densa e arancione, dal sapore misto tra mango e pesca. Ne fara' dei buonissimo frullati.
Alla fine del nostro giro Piero ci ha guidato attraverso un sentierino tortuoso, con l'erba alta fino al ginocchio, fino all'ansa del fiume. Ci siamo tuffati nell'acqua fresca, mentre si avvicinava la sera. Gli aberi intorno erano gia' neri d'ombra, mentre il cielo era ancora azzurrissimo con nuvole bianche, come in quadro di Magritte. Quando siamo usciti tutti gocciolanti lui mi ha guardato con gli occhi che ridevano e mi ha detto: "Hai capito adesso perche' ho deciso di stare qui? Per tutto questo!"
Piero e' arrivato a Trinidad quidici anni fa, per fare un servizio di fotografie-ritratto al premio Nobel per la Letteratura Derek Walcott per Marie-Claire. Ha fatto un giro alla punta nord-est dell'isola, dove si incontrano il Mar dei Carabi e l'Oceano Atlantico. Ha attraversato i villaggi di Toco, Sans Souci, Monte Video. E' arrivato a Grande Riviere, un paesino di trecento anime con una bella spiaggia pulita e deserta dove sfociava un piccolo fiume lento e con tutto intorno la foresta. E li' si e' fermato.
Piero ha costruito un meraviglioso albergo sulla spiaggia, talmente i armonia con l'ambiente che sembra che sia emerso dalla sabbia insieme ai mandorli e ai gigli selvatici. Rustico, semplice, di buonissimo gusto. Con una grande sala tutta apera ai lati, circondata da portici che incorniciano l'orizzonte marino in quadri viventi. Tavoli di legno fatti fare da lui, arte locale alle pareti, pavimento in pietra su cui si cammina a piedi nudi. Le camerette sono carine e spartane, ognuna di un colore diverso, con tante finestre e pezzi sparsi di artigianato locale. Tutto intorno ci sono alberi piantati da lui, in uno stile apparentemente casuale, naturale, che rispetta il carattere rigoglioso della natura caraibica. Fiori e frutti ovunque. E ovunque ci sono statue e totem di legno che emergono ironicamente tra le foglie, come grossi funghi. La sintesi perfetta tra arte e natura. Tantoche una volta il suo albergo e' stato usato per un ritiro di un gruppo di artisti, che come ringraziamwento per l'ospitalita' si sono lasciati alle spalle un sacco di murales sulle pareti delle stanze, dentro le docce, dietro le porte.
Deve essere stato difficile fermarsi qui, dopo una vita di viaggi con base a New York. Stare a Grande Riviere tra gente semplicissima, con un'esperienza di mondo che spazia al massimo una ventina di chilometri. Costruire tutto da solo, renderlo bello, utilizzare solo materiali naturali, non usare nessun pesticida, mantenere l'habitat intatto. Deve essere stato difficile farsi accettare come straniero nella comunita' locale, senza venire isolato ma anzi essendo amato e rispettato. Tutti lo adorano, al villaggio. Lo considerano un saggio, alcuni quasi lo trattano come un padre. Deve essere stato difficile passare da una vita di liberta' totale alla responsabilita' morale di essere un punto di riferimento per un villaggio intero, in una qualunque isola caraibica...
Appena siamo arrivati a Mt. Plaisir Piero ci ha fatto vedere i suoi alberi, ci ha fatto assaggiare i suoi frutti. Uno grande e giallo chiamato golden apple. Delle castagne tropicali, delle piccole prugne. Ci ha portato a vedere il suo terreno, dove si sta piano piano costruendo una casa nella foresta con un balcone talmente enorme e piatto e non-finito che mi sembrava di essere in una casa sugli alberi. Ci ha fatto vedere la sua serra, dove coltiva basilico e prezzemolo, cavoli e insalata e frutti diversi di tutto il mondo. Ogni tanto qualcuno gli porta una pianta nuova, e lui la mette nel suo giardino. Proprio l'altro giorno ha scoperto che uno di questi alberi ha dato luce ad un frutto nuovo, che non esiste nei manuali di biologia. Un frutto grandissimo con polpa densa e arancione, dal sapore misto tra mango e pesca. Ne fara' dei buonissimo frullati.
Alla fine del nostro giro Piero ci ha guidato attraverso un sentierino tortuoso, con l'erba alta fino al ginocchio, fino all'ansa del fiume. Ci siamo tuffati nell'acqua fresca, mentre si avvicinava la sera. Gli aberi intorno erano gia' neri d'ombra, mentre il cielo era ancora azzurrissimo con nuvole bianche, come in quadro di Magritte. Quando siamo usciti tutti gocciolanti lui mi ha guardato con gli occhi che ridevano e mi ha detto: "Hai capito adesso perche' ho deciso di stare qui? Per tutto questo!"
venerdì 26 settembre 2008
Panyard
Finalmente sono andata in un panyard. Ne avevo letto descizioni un po' ovunque, tutte le guide raccomandano di visitarne almeno una durante un soggiorno a T&T. Qualche venerdi' fa mi e' capitata l'occasione.
Un panyard e' un pan-yard, cioe' letteralmente un cortile (yard) dove si suona lo steel-pan (o piu' seplimcemente pan). Lo steelpan e' uno strumento a percussione trinidino che vanta l'insolita caratteristica di essere melodico, oltre che ritmico. Lo strumento in se' consiste un una specie di semisfera metallica, che si suona con stecchini (tipo xilofono) nella parte concava. Il suono e' acuto, morbido e argentino. Lo steelpan e' nato nella comunita' africana, che ha sviluppato l'idea di usare fondi di barili metallici come strumento musicale. Lo steelpan si e' poi gradualmente evoluto, raggiungendo la piena maturita' dopo l'indipendenza nel 1962, diventanto cosi' il piu' giovane strumento musicale del mondo . Oggi lo steelpan si usa soprattutto intorno a Carnevale, quando si fanno vere e proprie (e a quanto pare interminabili!) gare musicali intorno alla Savannah. Inoltre molti gruppi musicali dei generi piu' svariati lo aggiungono come strumento di accompagnamento per dare un dolce e squillante tocco autoctono ai loro concerti.
Lo steelpan si suona tradizionalmente in grandi gruppi nelle panyards, che si trovano tutt'al piu' nel quartiere di Woodbrook. La sera in cui sono andata si sono esibiti tre o quattro bande di grandezza diversa. La migliore e' stata la prima, in cui suona tra l'altro il piu' grande pannist di Trinidad (e quindi del mondo), che ci ha deliziato con degli assoli da togliere il fiato.
Come al solito la cosa piu' interesante di quest'esperienza e' stata l'atmosfera. Quando mi avevano detto che si trattava di un "concerto", mi ero aspettata un presentatore, sedie e palco e applausi alla fine. E invece come sempre e' stato tutto diverso. I cancelli di questo grandissimo cortile erano aperti, e la gente andava e veniva in tutti i momenti, senza ordine, senza biglietto di ingresso, senza ora di inizio ne' ora di fine prefissata. C'erano stands col cibo in un angolo e sedie sparse di cui ci si poteva appropriare. Si poteva chiacchierare, mangiare, bere e scherzare mentre le bands suonavano. E il pubblico era davvero eterogeneo, come raramente si vede nella classista Trinidad. C'erano vecchietti che seguivano con il dito indice il susseguirsi delle note, come immaginari direttori d'orchestra. Gruppuscoli di ragazzi del microcosmo intellettuale che si incontrano a tutte le feste. Staff ONU con rispettivi mogli e mariti. E perfino barboni, perche' no? Si vede che anche nella comunita' dei senzatetto si era diffusa la voce dello spettacolo nel panyard, e loro hanno intrapreso la traversata di Port of Spain, da Downtown a Woodbrook, per farsi due passi di danza.
Un panyard e' un pan-yard, cioe' letteralmente un cortile (yard) dove si suona lo steel-pan (o piu' seplimcemente pan). Lo steelpan e' uno strumento a percussione trinidino che vanta l'insolita caratteristica di essere melodico, oltre che ritmico. Lo strumento in se' consiste un una specie di semisfera metallica, che si suona con stecchini (tipo xilofono) nella parte concava. Il suono e' acuto, morbido e argentino. Lo steelpan e' nato nella comunita' africana, che ha sviluppato l'idea di usare fondi di barili metallici come strumento musicale. Lo steelpan si e' poi gradualmente evoluto, raggiungendo la piena maturita' dopo l'indipendenza nel 1962, diventanto cosi' il piu' giovane strumento musicale del mondo . Oggi lo steelpan si usa soprattutto intorno a Carnevale, quando si fanno vere e proprie (e a quanto pare interminabili!) gare musicali intorno alla Savannah. Inoltre molti gruppi musicali dei generi piu' svariati lo aggiungono come strumento di accompagnamento per dare un dolce e squillante tocco autoctono ai loro concerti.
Lo steelpan si suona tradizionalmente in grandi gruppi nelle panyards, che si trovano tutt'al piu' nel quartiere di Woodbrook. La sera in cui sono andata si sono esibiti tre o quattro bande di grandezza diversa. La migliore e' stata la prima, in cui suona tra l'altro il piu' grande pannist di Trinidad (e quindi del mondo), che ci ha deliziato con degli assoli da togliere il fiato.
Come al solito la cosa piu' interesante di quest'esperienza e' stata l'atmosfera. Quando mi avevano detto che si trattava di un "concerto", mi ero aspettata un presentatore, sedie e palco e applausi alla fine. E invece come sempre e' stato tutto diverso. I cancelli di questo grandissimo cortile erano aperti, e la gente andava e veniva in tutti i momenti, senza ordine, senza biglietto di ingresso, senza ora di inizio ne' ora di fine prefissata. C'erano stands col cibo in un angolo e sedie sparse di cui ci si poteva appropriare. Si poteva chiacchierare, mangiare, bere e scherzare mentre le bands suonavano. E il pubblico era davvero eterogeneo, come raramente si vede nella classista Trinidad. C'erano vecchietti che seguivano con il dito indice il susseguirsi delle note, come immaginari direttori d'orchestra. Gruppuscoli di ragazzi del microcosmo intellettuale che si incontrano a tutte le feste. Staff ONU con rispettivi mogli e mariti. E perfino barboni, perche' no? Si vede che anche nella comunita' dei senzatetto si era diffusa la voce dello spettacolo nel panyard, e loro hanno intrapreso la traversata di Port of Spain, da Downtown a Woodbrook, per farsi due passi di danza.
mercoledì 24 settembre 2008
Cibo
A Trinidad il cibo locale e' generalmente chiamato "creolo". Il cibo creolo e' abbastanza vario e interessante e sarebbero molti i piatti che meritano una bella descrizione.
Si puo' cominciare dallo street food. Il roti, cibo appartenente alla cultura indiana che e' diventato il piatto trinidino per eccellenza e senza dubbio una delle cose che mi manchera' di piu' quando me ne dovro' andare via.E' un wrap, una specie di piadina morbida (oddio, proprio per dirla all'italiana!) la cui pasta puo' essere di farina semplice (bussupshut) o con ceci, che qui chiamano channa. Il ripieno e' originariamente solo di verdure (patate e ceci, fagiolini qui chiamati bodi, zucca) cotti con grandi quantita' di un certo burro indiano e curry o mango fatto alla maniera chutney. Presto pero' al roti tradizionale vegetariano e' stato aggiunta la carne, ovvero pollo o manzo al curry.
A proposito di pollo, mi e' stato detto che Trinidad e' il paese al mondo con il piu' alto consumo di pollo per capita. Curioso, no? Tra i fast food KFC regna sovrano, insieme ai suoi vari omologhi locali, mentre Mc Donald e' stato un tale fiasco che l'hanno ritirato dal mercato. Il pollo si mangia ovunque e in tutte le salse, e fuori citta' in piccoli poultry shops si vendono ancora i polli vivi, in caso uno non volesse togliersi il piacere di strangolarne uno con le sue mani.
La cosa che colpisce di piu' e' che pur essendo un paese tropicale la frutta manca qusi totalmente dal menu', come anche la verdura fresca. L'insalata viene servita pallida e scondita e non sorprende che non desti gli entusiasmi dei locali. Il motivo per la tragica carenza di frutta e' che dopo la scoperta di gas e petrolio lo Stato ha ben pensato che non ci fosse piu' bisogno dell'agricoltura, ed ora Trinidad si trova a dover importare quasi tutto cio' che c'e' di commestibile, a prezzi esorbitanti. Ma c'e' un grande mercato ortofrutticolo la domenica mattina, fuori citta'... Devo trovare il modo di andarci!
I carboidrati sono tradizionalmente ricavati da provisions, cioe' mille e piu' tipi di patate (dasheen, casava etc) e banane grandi che si mangiano solo cotte (plantations). Negli ultimi decenni si e' diffuso anche il riso. La pasta si usa solo per fare una disgustosa macaroni pie, una torta di pasta scotta tenuta insieme da un formaggio colloso. Le altre pies invece sono buonissime (corn pie e potato pie). Il pane praticamente non esiste, e ce n'e' di una sola varieta', soffice e insipido. Pero' d'altro canto c'e' il bake, una specie di focaccia deliziosa arricchita di scaglie di cocco o altri saporini. C'e' anche il bake semplice, lo stesso che viene fritto e usato per il celeberrimo bake and shark.
Non ho visto molti dolci, qui la gente mangia salato a colazione. Per esempio si mangia il saba roti, una specie di roti piu' piccolo e leggero, spesso con un solo ingrediente, che puo' includere anche verdure diverse da quelle elencate prima ma sempre preparate in burro e curry. Torte e affini sono piu' una cosa da pomeriggio, molto occasionale. In generale il cibo si preferisce saporito e piccante. Al contrario, sono le bevande ad essere molto dolci, anzi addirittura dolciastre. Succhi di frutta zuccherosissimi e una serie di altre bevande strane (al ginseng, al malto, al tamarindo e al mobi, una radice locale). L'acqua di cocco e' una cosa divina, si trova fresca intorno alla Savannah o anche imbottigliata.
Insomma sono tante le cose buone, anche se a volte viene voglia di cibo "normale". Per fortuna ho appena scovato un gelataio italiano a Ellerslie Plaza che mi fa davvero sentire a casa... Come ho fatto a sopravvivere tanti mesi senza gelato?
Si puo' cominciare dallo street food. Il roti, cibo appartenente alla cultura indiana che e' diventato il piatto trinidino per eccellenza e senza dubbio una delle cose che mi manchera' di piu' quando me ne dovro' andare via.E' un wrap, una specie di piadina morbida (oddio, proprio per dirla all'italiana!) la cui pasta puo' essere di farina semplice (bussupshut) o con ceci, che qui chiamano channa. Il ripieno e' originariamente solo di verdure (patate e ceci, fagiolini qui chiamati bodi, zucca) cotti con grandi quantita' di un certo burro indiano e curry o mango fatto alla maniera chutney. Presto pero' al roti tradizionale vegetariano e' stato aggiunta la carne, ovvero pollo o manzo al curry.
A proposito di pollo, mi e' stato detto che Trinidad e' il paese al mondo con il piu' alto consumo di pollo per capita. Curioso, no? Tra i fast food KFC regna sovrano, insieme ai suoi vari omologhi locali, mentre Mc Donald e' stato un tale fiasco che l'hanno ritirato dal mercato. Il pollo si mangia ovunque e in tutte le salse, e fuori citta' in piccoli poultry shops si vendono ancora i polli vivi, in caso uno non volesse togliersi il piacere di strangolarne uno con le sue mani.
La cosa che colpisce di piu' e' che pur essendo un paese tropicale la frutta manca qusi totalmente dal menu', come anche la verdura fresca. L'insalata viene servita pallida e scondita e non sorprende che non desti gli entusiasmi dei locali. Il motivo per la tragica carenza di frutta e' che dopo la scoperta di gas e petrolio lo Stato ha ben pensato che non ci fosse piu' bisogno dell'agricoltura, ed ora Trinidad si trova a dover importare quasi tutto cio' che c'e' di commestibile, a prezzi esorbitanti. Ma c'e' un grande mercato ortofrutticolo la domenica mattina, fuori citta'... Devo trovare il modo di andarci!
I carboidrati sono tradizionalmente ricavati da provisions, cioe' mille e piu' tipi di patate (dasheen, casava etc) e banane grandi che si mangiano solo cotte (plantations). Negli ultimi decenni si e' diffuso anche il riso. La pasta si usa solo per fare una disgustosa macaroni pie, una torta di pasta scotta tenuta insieme da un formaggio colloso. Le altre pies invece sono buonissime (corn pie e potato pie). Il pane praticamente non esiste, e ce n'e' di una sola varieta', soffice e insipido. Pero' d'altro canto c'e' il bake, una specie di focaccia deliziosa arricchita di scaglie di cocco o altri saporini. C'e' anche il bake semplice, lo stesso che viene fritto e usato per il celeberrimo bake and shark.
Non ho visto molti dolci, qui la gente mangia salato a colazione. Per esempio si mangia il saba roti, una specie di roti piu' piccolo e leggero, spesso con un solo ingrediente, che puo' includere anche verdure diverse da quelle elencate prima ma sempre preparate in burro e curry. Torte e affini sono piu' una cosa da pomeriggio, molto occasionale. In generale il cibo si preferisce saporito e piccante. Al contrario, sono le bevande ad essere molto dolci, anzi addirittura dolciastre. Succhi di frutta zuccherosissimi e una serie di altre bevande strane (al ginseng, al malto, al tamarindo e al mobi, una radice locale). L'acqua di cocco e' una cosa divina, si trova fresca intorno alla Savannah o anche imbottigliata.
Insomma sono tante le cose buone, anche se a volte viene voglia di cibo "normale". Per fortuna ho appena scovato un gelataio italiano a Ellerslie Plaza che mi fa davvero sentire a casa... Come ho fatto a sopravvivere tanti mesi senza gelato?
Droghe
Le droghe che si consumano a Trinidad sono piuttosto diverse da quelle che si consumano in Europa. Si sa che Trinidad e' un crocevia per il traffico di cocaina, che viene importata direttamente dalla Colombia. Quasi tutte le belle ville di St. Claire e Cascade e in generale della zona ovest sono costruite coi profitti della droga. Eppure quasi nessuno ne fa uso, tranne pochi appartenenti alle piu' alte sfere sociali. Il motivo della mancanza di interesse nel consumo sembra essere la carenza dell'offerta, dato che i profitti della cocaina venduta a Trinidad sarebbero infinitamente piu' bassi di quelli realizzati negli Stati Uniti o in Europa con la stesa quantita' di sostanza. Nemmeno l'eroina e' molto presente, ai Trinidini non piace molto l'idea di bucarsi. Gira invece un po' di pu' il crack, economico e terribile. C'e' una donna che se ne sta sempre a St. James, una specie di personaggio urbano, alta alta magra magra, tutta emaciata, che da una decina di anni gira per le strade tenendosi in piedi con il solo crack. Si dice che un tempo fosse una modella. Poi ci sono le sostanze chimiche, consumate piu' ai raves e tra gli adolescenti. La marjuana e' naturalmente diffusissima, parte integrante di una cultura rastafari abbastanza fiorente (anche se mai come in Jamaica) e semplicemente economica e disponibile un po' ovunque. Nonostante questo, le leggi contro il consumo di droghe leggere sono severissime. Non esiste il consumo minimo, e se uno viene beccato con greens addosso finisce direttamente in carcere. Per mesi.
Iscriviti a:
Post (Atom)