domenica 16 novembre 2008

Georgetown

La citta' non grande ma e' ampia, sparpagliata, dall'aspetto vagamente rurale. Tra una casa e l'altra a volte si aprono zone indistinte di prato incolto, in cui pascolano amabilmente gruppuscoli di mucche e capre, come se niente fosse. Il traffico e' sfrecciante. Macchine, maxi-taxi, biciclette e motorini. E tutti indossano questi fighissimi caschi vintage stile tedesco, di cui faro' incetta per i miei amici. Ma ogni tanto si vedono anche passare, nel mezzo di questa confusione terzomondina, carri trainati da muli e cavalli, che si annunciano con il loro strabilitante zoccolio. Le strade non hanno marciapiedi, e ai bordi delle case ci sono fogne a cielo aperto. Gli odori sono molti, diversificati, e tutti categoricamente nauseabondi. Inoltre essendo sotto al livello del mare ed essendo un tempo stata una colonia olandese, Georgetown ha preservato anche dei canali lungo le strade, tristemente sporchi e stagnanti.

Eppure, nonostante questi elementi di faticenza, non si puo' dire che la citta' abbia un aspetto triste. La decadenza si associa alla vitalita' del caribe. Non ci sono cinema, e' vero. C'e' un solo, antiquatissimo centro commerciale e tutto il resto sono negozietti pienissimi e maleodoranti dove pero' traffica un sacco di gente e dove si possono fare affari d'oro. La presenza rasta e' minore rispetto a Trinidad, ma i colori e la cultura musicale sono gli stessi, come si vede riverberare e si sente riecheggiare da ogni angolo di Georgetown. Il mercato e' una meraviglia di colori, le strade sono piene, tutto pullula di vita. Un po' come Port of Spain, ma piu' grande, piu' povera, piu' sguaiata. Piu' brulicante di attivita', di grida, di biciclette.

Oggi pomeriggio abbiamo passeggiato per ore ed ore nel dungeon maleodorante di town. Tra strepiti e musica, tessuti colorati e pattumiera, montagne di frutti esotici e barboni che brandivano coltelli. Passando carri colmi di verdure, bancarelle, negozi di parti di macchina usate. Sgusciando tra ragazzini rissosi, pescivendoli e cumuli di dvd pirata. Entrando in chiese di legno bianco, nei negozi cinesi, nel labirinto del vecchio mercato coperto pieno di marcellerie e bigiotteria. Io cercavo di catturare ogni particolare di questo putiferio di informazioni, mentre davanti ai miei occhi si schiudevano incessabilmente migliaia di imprevedibili, eccitanti sorprese.

sabato 15 novembre 2008

Essequibo

Eccola. Dopo un assopimento di settimane, e' tornata con violenza, a risvegliarmi a me stessa. L'eccitazione. Stavo seduta sul fondo di una barchetta azzurra, coperta col mio asciugamano per non ripararmi dal freddo. Viaggiavamo veloci verso Parika, nel silenzio della notte. Tutti sanno che non si deve viaggiare sul fiume di notte, si rischia di colpire qualche tronco galleggiante e rompere la barca. Non sarebbe bello trovarsi nel cuore della notte e senza motore nel mezzo di questo immenso fiume amazzonico circondato dalla giungla.

Non era colpa nostra. Noi avevamo prenotato un tour con un agente turistico dei piu' rinomati, ma qualcosa e' andato storto. Non hanno organizzato un bus tutto per noi, ne' un traghettino. Abbiamo preso "i mezzi", come si direbbe a casa. Cioe' maxi-taxi saettanti senza ammortizzatori e barchette di legno per risalire il fiume, e cara grazia che c'erano i giubbotti di salvataggio. E poi tutto il tour non ha rispettato la tabella di marcia, siamo tornati in ritardo. Ci siamo trovati letteralmente a fuggire dalla Sloth Island, l'isola dei bradipi, lembo di terra emersa in mezzo al poderoso Essequibo. Abbiamo fatto una corsa per tornare a Bartica, la citta' fondata dai pionieri cercatori d'oro che sia avventuravano nell'interno. Ancora oggi Bartica e' una cittadina con atmosfera da far west, dicono che ogni tanto arrivino banditi che la tengono completamente sotto ostaggio per qualche ora, il tempo di fare razzia di tutto e scomparire di nuovo nella foresta. Selvatico, no? Poi a Bartica abbiamo preso l'ultima barca che ci avrebbe portato verso casa, mentre il sole stava quasi per tramontare. Ovviamente essendo l'ultima speranza per tutti quelli che erano rimasti ci hanno ricattato sul prezzo. Quindici dollari USA al posto che dieci. E va bene.

E poi il viaggio, lungo più di un'ora, sulla barchetta blu. La notte che scendeva, la foresta che scorreva veloce di fianco a noi, punteggiata dalle case degli amerindi, con piccole rampe e canoe intagliate a mano parcheggiate davanti. Il fiume era grandissimo, largo chilometri. Non si vedeva neanche l'altra sponda, era tutto pieno di isole. E la notte scendeva, la barca andava veloce. Intorno a noi uomini grezzi, dell'interno. Un paio di brasiliani che arrivavano da Lethem, che parlavano con uno strano accento del nord. Gli altri locali, ossuti, barbuti, che strascicavano il loro quasi incomprendibile inglese guyanese. Mi chiedevo chi fossero, come mai stessero percorrendo l'Essequibo a quell'ora tarda, che tipo di vita conducessero. Piccoli commercanti? Lavoratori di fatica? Fuggitivi? Mi sono accorta che non sapevo immaginarlo. Il timoniere illuminava l'acqua qualche metro davanti alla punta della barca con una torcia a batteria, non c'era nemmeno la luna, era impossibile vederci qualcosa.

Stavo schiacciata sul fondo della barca, con la schiena tra le ginocchia di Mister K, avvolta dall'asciugamano. Sentivo le sue mani stringere i miei polsi ogni volta che passava un'altra barca, nella direzione opposta. Faceva paura. Potevano essere pirati fluviali? Avrebbero rubato i nostri dollari americani? La mia macchina fotografica? Il vento mi ingarbugliava i capelli, la notte era nera, noi eravamo vicinissimi tra questi strani viaggiatori della sera. E in qualche modo era bellissimo, era magico, era stupendamente liberatorio. Una situazione di libertà estrema, di avventura, di aderenza integrale al cuore pulsante della vita. "Sono giovane" gridavano i miei pensieri a briglia sciolta, "sono viva. E questo cielo nero sopra al fiume e alla foresta mi dice chiaramente che il mondo intero, il mondo intero mi appartiene!".

martedì 11 novembre 2008

Guyana: prime impressioni

Dopo mesi e mesi, sono finalmente uscita da Trinidad. Eccomi nella misteriosa, inconsueta, tenebrosa Guyana, per una settimana di esotica fuga. Cosa si sa della Guyana prima di arrivarci? Il primo paese della tripletta Guyana-Suriname-Guyana Francese che ci si chiede se esista davvero o se invece sia una burla dei geografi, tanto poco se ne sente parlare.

La Guyana e' un paese caraibico, non sudamericano. Si parla inglese, e come a Trinidad la popolazione e' mezzo africana e mezzo indiana, con la differenza che qui le tensioni etniche sono piu' forti. Il paese e' povero, costituito in gran parte da foresta Amazzonica e quindi pressoche' disabitato. E' sotto al livello del mare, e per questo fa un caldo umido, melenso e tropicale che fa svenire facilmente. Nulla a che vedere con il bruciore crepitante e ventoso di Trinidad. Le attivita' economiche sono essenzialmente due: la canna da zucchiero e il traffico di droga. E da questo gia' si capisce la schizofrenia del tessuto sociale.

La cosa piu' bella che ho visto finora in Guyana sono le case. Coloniali, chiare, articolate in portici di ombrosa eleganza. Parzialmente simili a quelle di Trinidad, con la differenza che qui molte costruzioni sono fatte interamente di legno, da cima a fondo. Un'impalcatura di legno, coperta di listelli bianchi di legno, sovrastata da un tetto colorato, sempre di legno. Sono strane, ariose, leggerissime. Sembrano modellini di case in miniatura magicamente trasformate a grandezza naturale. Alcune sembrano proprio quattro pareti in legno vuote dentro. Soprattutto quando passando in macchina si sbircia attraverso le finestre, si intravede una fila di ulteriori finestre sulla parete retrostante, e dietro a loro volta appaiono gli alberi. Inoltre molte case sono rialzate, a causa delle possibili inondazioni. Sembrano palafitte sulla terraferma. Oppure sembrano case normali il cui piano terra e' stato sventrato, e vi si puo' stare in piedi guardando la strada o sdraiati su un'amaca.

giovedì 6 novembre 2008

Death Lime

Quando si dice che i Trinidini amano la compagnia. Ecco una nuova usanza che ho scoperto recentemente e che mi ha indiscutibilmente sorpresa. Qui a Trinidad quando muore una persona, vuole la tradizione che si faccia una veglia funebre. Il motivo di questa usanza e' che nei tempi andati si era diffusa una malattia (me lo si perdoni, non ricordo quale) che paralizza l'infermo per giorni, tanto che sembra morto quando ancora non lo e'. Ergo, la lunga attesa prima di mettere il malcapitato sotto terra era tesa a verificare che il povero tapino, morto lo fosse davvero.

Ebbene, che veglia sia. Ma in versione caraibica, quindi niente musi lunghi. Appena la malattia e' scomparsa dall'isola, la tradizione e' stata spogliata del suo aspetto piu' nefasto: il cadavere e' stato prontamente tolto di mezzo. E' rimasto il lime, il raggrupparsi delle persone a casa della famiglia del defunto. Le condoglianze di gruppo, via. Facendo due chiacchiere, ricordando quanto era simpatico l'amico scomparso, bevendoci su una birretta fresca. Quasi quasi ti diventa una festa.

Ma a pensarci bene, perche' no? Quando moriro' io mi farebbe piacere che i miei amici organizzassero un bel death lime, brindando alla mia memoria. Con un buon vino italiano.

Divali

A fine Ottobre a Trinidad si celebra una festivita' indiana chiamata Divali. E' la festa della luce che vince sull'oscurita', e la si festeggia disseminando ovunque migliaia e migliaia di candeline. A dire il vero non si tratta propriamente di candele, ma piuttosto di piccole coppe semisferiche che raccolgono un olio speciale, nel mezzo delle quali di innalza una piccola miccia infuocata. Tutte queste luci vengono sparpagliate per i cortili, allineate sui davanzali e appoggiate sui balconi di tutte le case indiane. E in un istante, il paese si veste tutto di scintille d'oro vivo. (Picture courtesy of carnivalismas.blogspot.com)

Social butterfly revisited

Molto e' cambiato negli ultimi tempi a Port of Spain. Tutta la mia vita sociale, tutta la mia vita tout court (come direbbe il mio professore di storia del liceo) e' stata radicalmente ridimensionata. La mia attitudine, il mio modo di fare con la gente. Se in meglio o in peggio ancora non lo so, forse e' ancora da determinarsi.

Il cambiamento piu' apparente e' puramente quantitativo. Esco molto meno. C'era un tempo in cui uscivo tutte le sere, ma proprio tutte. Anche quando non ne avevo voglia, per paura della solitudine, per paura della noia. Ora e' il contrario, rifiuto gli inviti, non ho voglia di conoscere gente nuova. Sono nauseata da questi contatti superficiali, lo scambio di battute, dammi il tuo numero. Queste persone che vedi una volta o due, con cui non parli praticamente di nulla, tipo come-ti-chiami-dove-lavori-ma-che-interessante-le-nazioni-unite-ma-dimmi-un-po'-come macchina-aziendale-ti danno-un-carro-armato? Poi ti restano come "contatti", gente che incontrerai per strada o al bar o a una festa a caso e ti dara' un bacino sulla guancia e ti fara' un sorriso come se fosse una vera gioia rivederti e poi dopo trenta seconda gli argomenti saranno gia' esauriti allora-aspetta-un-secondo-che-mi-vado-a-prendere-una-birra, ti giri e poi non torni piu'. Basta.

Non faccio l'eremita, continuo a sentire e vedere le persone che mi piacciono. La scrematura estrema dell'orda di pseudoamici e communities di questo provincialissimo mondo trinidino. In cui la superficialita' e' dovuta perche' protegge dall'invasione voyeristica della propria vita privata. In cui si e' coniato il verbo "to lime" che vuol dire praticamente passare del tempo insieme senza diventare amici, senza scambiarsi nulla di vero. In cui l'autenticita' genera imbarazzo.

Ho tenuto quelle tre, quattro persone per cui nutro del rispetto. E pure dell'affetto, porca miseria. Non saranno molte, ma sono quelle giuste. E a me per adesso va bene cosi.

martedì 4 novembre 2008

Mamma

E' venuta la mamma!!! Partita stamattina presto, dopo un ultimo caffe' nel soggiorno di Wilma... Le ho fatto fare di tutto. Festa indiana per Divali con i miei amici, cenetta a Tamnak Thai e a Veni Mange, un giorno a Tobago tutto a Pigeon Point, i Caroni swamps, il week-end a Grande Riviere, il roti, il centro naturale Asa Wright con escursione nella foresta, un pomeriggio a Maracas, un viaggio in macchina attraverso la Northern Range, il bake and shark, Port of Spain by day and by night, un drink a Chaguaramas e una fuga a Maqueripe, un tuffo a las Cuevas e uno sotto una cascata. Alla fine era esausta! Stanca ma felice... Chi altro mi vuole venire a trovare?