martedì 15 luglio 2008

Di notte

La verita' uccide? Era impaziente stamattina. Gli ho tolto ore di sonno con le mie domande alcoliche. Durante la serata aveva notato che mi ero rabbuiata. Parlavo fitta con Susanne, che ha attraversato il mondo per vedermi, e da vera amica mi ascoltava e mi diceva senza mezzi termini quello che pensava dei miei dubbi. Lui voleva sapere quello che ci dicevamo. L'ho aspettato sveglia, c'erano troppe cose da chiedere. La paura e' umiliante. La sincerita' avvelena.

lunedì 14 luglio 2008

Terry

Ha ventitre' anni e ha una figlia di tre. E' una delle tantissime ragazze madri di Trinidad, che combattono ogni giorno per tirare su i loro bambini in modo decente senza avere un uomo accanto. Al contrario della maggior parte dei casi, Terry non e' stata sola dall'inizio. Erano sposati ed erano felici, ma poi un brutto giorno di un paio di anni fa lui e' morto in un incidente di moto.

Terry e' bellissima, sembra una modella. Alta e filiforme, con un sorriso dolcissimo e un impareggiabile stile etnico nel vestire, che bilancia lunghe gonne multicolori e semplicissime cannottierine grezze bianche o nere, quasi maschili. E' cosi' filiforme perche' da bambina non mangiava mai. Le faceva impressione tutto cio' che conteneva grasso, mangiava solo verdure crude.

Jil era francese, di vent'anni piu' vecchio di lei. La bambina lo adorava, lo riconosceva dal suo odore immediatamente, anche quando lui rientrava a Trinidad dopo settimane di viaggio. Terry parla di lui in continuazione, non l'ha dimenticato. Ne parla con naturalezza, come se esistesse ancora, come se facesse ancora parte della sua vita di tutti i giorni. "Cucinava benissimo, mi ha insegnato a mangiare", mi ha detto un giorno. "Cucinava cucina francese, mi preparava ogni sera piattini deliziosi". Gli occhi le sorridono quando lo ricorda.

Me lo immagino, lui, quarantenne scrittore e giramondo, che si innamora perdutamente di questa ninfa dei caraibi, innocente e festosa, piena di fragilita' nascoste e paura del cibo. L'ha presa e l'ha curata, dolcemente, ogni giorno con un piatto diverso. Dapprima con gli ingredienti piu' semplici. Poi, una volta guadagnata la sua fiducia, ha cominciato ad aggiungere elementi piu' elaborati, introducendo nel su corpicino latte e uova, carne e pesce, e poi formaggi, sughi, salse, ripieni, creme e pate'.

Eravamo in un posto bellissimo, sulla spiaggia di Grand Riviere nella costa nord, in un ristorante pittoresco circondato dalla pioggia scrosciante. "Quindici giorni dopo che lui e' morto, mentre stavo traslocando, mi sono messa a vuotare il frigo", mi raccontava. "E in fondo in fondo sai cos'ho trovato? Un piatto con degli avanzi dell'ultimo gratin di scampi fatto da lui". Sorride. "Volevo buttarlo ma poi ho pensato. Questa e' l'ultima volta che posso mangiare qualcosa che lui ha preparato per me. E cosi' l'ho tirato fuori, l'ho scaldato al microonde, e in mezzo a tutti gli scatoloni mi sono mangiata tutto quello che restava, lentamente, in suo onore."

venerdì 11 luglio 2008

Capelli

Uno dei tanti aspetti della perversa mentalita' razzista che striscia nel subconscio trinidino e' l'importanza data ai capelli. Tutti sanno come sono i capelli afro. Riccissimi e crespi. Per questo motivo vengono generalmente tenuti corti, o rapati a zero, o in rasta. Semplice. Ora, nella cozzaglia multietnica dell'isola capita che molti ragazzi e ragazze neri abbiano capelli ricci o ondulati, quindi diversi dai classici capelli afro. In quel caso significa che hanno almeno un parente, almeno un antenato, si sangue indiano, o asiatico, o ancora meglio europeo. In quel caso si dice che hanno "nice hair". E' motivo di orgoglio e lo espongono al meglio, perche' sanno che li fa risultare molto, ma molto piu' attraenti.

Razzismo

E' una societa' crudele, classista e razzista.

Ho gia' detto molto sulla crudelta', diro' in seguito del classismo. Oggi dedico due parole al razzismo, cioe' la discriminazione in base alla "razza" non solo intesa com etipo etnico ma anche come tono specifico di carnagione. In nuce, piu' si e' chiari meglio e'. Ecco qualche esempio.

In una televisione locale c'e' una pubblicita' che mostra questa scena. Un ragazzo che passeggia in un giardino a braccetto con la sua morosa si rende conto di essere osservato a distanza da un'ammiratrice. Lui la ignora. L'ammiratrice sconsolata entra in un negozio e si compra una crema. Skin lightener. Se la spalma sul viso. La crema ha effetto schiarente, il colore bruno della pelle si smorza. Torna al giardino, ritrova il tizio di cui sopra, sempre a braccetto con la morosa. Lui la vede e questa volta risponde al suo sguardo.

Ero in banca. Fila lunghissima, io dovevo fare un'operazione di pochi minuti. Ma d'altra parte la stragrande maggioranza della gente deve fare operazioni di pochi minuti. Decido di essere comunque sfacciata, vado al banco e chiedo di poter saltare la fila, senza fornire una ragione. Ma certo signorina, passi di qui. Non ne ho la certezza assoluta, ma penso che il colore sia stato determinante.

In palestra con Samira, lei decide di correre a piedi nudi sul tapis roulant. Arriva l'istruttore e le dice che e' contro il regolamento. Lei fa due moine e dice che le fanno male le scarpe. Lui si lascia convincere. Una ragazza che correva di fianco a noi ha detto che se lei non fosse stata bianca l'avrebbero certamente sbattuta fuori.

bianca

Per caso mi sono trovata a passare una serata sola con Marlon. Ci conoscevamo appena, eppure eravamo io e lui soli in questa discotechina di Tobago. Difficile comunicare in quel casino. Lui ragazzo selvatico, cresciuto senza andare a scuola, non abituato agli accenti stranieri. Io stentavo a distinguere parole inglesi nella sua parlata gergale. Eppure quando mi ha riaccompagnata a casa, tolti i rumori di sottofondo, una chiacchierata carina ce la siamo fatta. Dopo due minuti che ero entrarta in camera il mio telefono stava gia' squillando. "Marlon? Dimmi...". "Hey Viviana. Just meant to say. I like you even if you are white".

domenica 6 luglio 2008

Sud Africa

L'avevo chiamato mesi fa, quando ancora cercavo casa. Il fratello di un amico di Moe. Una di quelle persone di cui avevo avuto il nominativo e che avevo contattato con disinvoltura per avere qualche informazione sul mercato immobiliare, senza immaginare che poi le avrei incontrate veramente. Sembrava simpatico, ci siamo tenuti in contatto in modo molto loose per mesi, e dopo una serie di appuntamenti mancati ci siamo visti per un drink martedì scorso. Mi si è presentato un tipo molto più vecchio del previsto, sui quarantacinque anni. Mi ha portato in un albergo a cinque stelle, ma non per le stelle. Perchè è l'unico posto a Port of Spain dove si può prendere un aperitivo guardando il mare. Abbiamo cominciato a chiacchierare del più e del meno e ho scoperto che stavo parlando con un uomo dalla vita straordinaria.

Un avvocato che aveva vissuto a Port of Spain, New York, Londra, Bogotà e Johannesbourg. Che aveva lavorato per uno studio legale americano che annoverva tra i suoi clienti i maggiori partiti d'opposizione nei paesi governati da tiranni, e i maggiori gruppi di difensori di diritti civili oppressi dai loro governi. Ian era nella squadra del Sud Africa, ed è stato uno degli avvocati nientemeno che del partito di Nelson Mandela. Vedendomi brillare gli occhi dall'eccitazione ogni volta che toccava l'argomento, Ian ha cominciato a raccontarmi dei suoi quattordici anni di vita in Sud Africa, in cui ha vissuto da diretto testimone (anzi, da diretto protagonista) la rivolta contro l'apartheid, il primo voto democratico e i primi anni di governo del partito di Mandela. Mi ha raccontato dello spirito della gente negli anni novanta e di come si sono evolute le cose adesso. Mi ha spiegato come il partito aveva mandato giovani talenti all'estero a studiare nelle scuole europee, per poi richiamarli in patria dopo la vittoria, a governare. Mi ha detto dei rapporti fra inglesi e africaaners, fra neri sudafricani e immigrati dallo Zimbabwe. Un affresco affascinantissimo di un paese che lui ha vissuto profondamente, con le mani ben affondate nella politica, e in cui anche ora torna di frequente. Senza dimenticare di dare un colpo di telefono al suo amico presidente della repubblica.

Ma forse la cosa che mi e' piaciuta di piu' dei suoi racconti non e' stata la parte strettamente politica. Mi ha rqaccontato che anche se lavorava tantissimo come avvocato internazionalista, una delle sue grandi passioni e' sempre stata la buona cucina. Piu' di una volta ha tenuto cene di lavoro a casa propria, deliziando gli invitati con la sua esotica cucina caraibica. A quanto pare i complimenti erano tanti che ha deciso di aprire una specie di club-ristorante nella sua veranda, aperto solo uno o due giorni la settimana, che gestiva come un hobby. Erano una cosa intima, potevano venire solo una dozzina di persone alla volta, e lo stesso cliente non poteva tornare piu' di una volta ogni tre mesi. A differenza di un normale ristorante, i commensali cenavanno tutti insieme. Si presentavano durante l'aperitivo in piedi, per poi continuare a parlare e conoscersi durante il corso della serata. E dato che si trattava di politici, intellettuali, artisti e giornalisti, la veranda di Ian si trasformava in un ricettacolo di idee e dibattiti, una sorta di caffe' illuminista del settecento. Ma in Sudafrica, con cucina creola.

other bits of my travel

Marco. When he discovered that i was from Milan he almost screamed in delight, and he started to tell us about his life in his clownesque, hardly understandable Italian. We were in a pitoresque and deserted restaurant all made of woods at the edge of the cloud-forest, with an enormous window along the whole wall, showing the valley below us. We ended up there by chance, trying to sqeeze some sense out of an unfortunate day. The waiter was so bored and lonley and our visit was the best thing that could happen to him. He offered us tea. And showed us a nice path in the forest. When it started raining he came out to look for us with the umbrellas, and when we came back he welcomed us with warm towels and drinks. He told us about his italian origins and of his dreams of opening a museum of Leonardo da Vinci. While we were talking the fog started to rise and we understood why it's called "cloud forest". Within one hour we could see only white out of the window. He put on music for us and he shared a very precious ham that a friend of his sent him from Spain. He was showing us all his treasures, including one thing that I truly adore and that I can't find in this side of the world. A real, green and scented basil plant.

Butterflies. We were cycling fast on the red hilly road, the lake on the right, the volcano on the left. Some puddles were scattered along the way, and at the edge of each of them there were dozens of butterflies, drinking. And every time I cycled across one of the puddles, they would all start flying, all together, all around me, stretching their beautiful colours before my eyes.

Dinner. At Rita's party a young Italian diplomat offered us a precious bottle of real Chianti wine that he had sent directly from Tuscany. And an equally young Mexican who works in FAO brought a delicious delicacy from his country. The Nigerian from the International Organisation of Migrations started a debate on the role of the UN in development, and the Rita's boyfriend from Somalia added some political remarks, that I fully supported and defended against the Nigerian's skepticism. There I was, in a random country in the world with lots of fascinating people from random countries in the world, eating their food and chit-chatting world politics. I was excited and proud. I made it. It was like living a dream. But unexpectedly a little voice in a corner of my mind started to ask. Would this lifestyle make me happy forever? Living in this elitist, close, permanently-detached-from-the-country-they-live-in community, being a perpetual outsider, talking about the "locals". Locals. When I heard this word for the first time in my life I felt disgust for this whole international community world.